Il mobbing nel panorama lavorativo odierno, rappresenta una delle sfide più complesse e insidiose per lavoratori e datori di lavoro. Questo fenomeno, caratterizzato da comportamenti vessatori e persecutori, può avere gravi conseguenze sulla salute psicofisica del lavoratore e sull’ambiente di lavoro complessivo. Sebbene in Italia non esista una normativa specifica che disciplini il mobbing, la giurisprudenza ha svolto un ruolo fondamentale nel definirne i contorni e nel fornire tutele alle vittime. Questo articolo si propone di analizzare il concetto di mobbing nel contesto del diritto del lavoro italiano, esplorando le sue caratteristiche, i comportamenti che lo definiscono, le sentenze giurisprudenziali rilevanti e le modalità per dimostrarlo in sede legale.
Evoluzione della parola
Il termine “mobbing” deriva dal verbo inglese “to mob”, che significa “assalire in massa”, “circondare”.
Fu introdotto per la prima volta negli anni ’60 dall’etologo Konrad Lorenz per descrivere un comportamento di un gruppo di animali che circondano e attaccano un predatore per intimorirlo e dissuaderlo dall’attacco.
Alla fine degli anni ’80, lo psicologo del lavoro Heinz Leymann, applicò il termine al contesto lavorativo umano, definendolo come una forma di persecuzione psicologica sul luogo di lavoro.
Oggi, nel contesto lavorativo, il mobbing è generalmente inteso come:
“Un insieme di comportamenti aggressivi, persecutori, sistematici e ripetuti, posti in essere sul luogo di lavoro, al fine di colpire ed emarginare la persona che ne è vittima.”
Contesto normativo
In Italia, il mobbing trova tutela principalmente attraverso l’articolo 2087 del Codice Civile, che impone al datore di lavoro l’obbligo di adottare tutte le misure necessarie per garantire la sicurezza e la salute dei lavoratori. Questo articolo costituisce il fondamento giuridico per le azioni legali contro il mobbing, integrando altre norme costituzionali e civili che proteggono la dignità e la salute del lavoratore. L’articolo 2087 è spesso considerato una norma di chiusura del sistema di tutela del lavoro, poiché richiede al datore di lavoro di adottare tutte le misure tecniche, organizzative e procedurali necessarie per prevenire danni ai lavoratori, indipendentemente dalla fattibilità economica di tali misure.
Oltre all’articolo 2087, altre disposizioni normative contribuiscono a rafforzare la protezione dei lavoratori contro il mobbing. Ad esempio, l’articolo 41 della Costituzione stabilisce che l’iniziativa economica privata non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana. Inoltre, l’articolo 2049 del Codice Civile responsabilizza il datore di lavoro per i danni causati da illeciti commessi dai propri dipendenti durante lo svolgimento del lavoro.
Queste norme, insieme, creano un quadro giuridico che mira a proteggere i lavoratori da comportamenti vessatori e a garantire un ambiente di lavoro sicuro e rispettoso. La giurisprudenza ha svolto un ruolo cruciale nel definire e caratterizzare il mobbing, attraverso una serie di sentenze che hanno contribuito a delinearne i contorni.
Cos'è il mobbing?
Il mobbing è definito come un insieme di comportamenti aggressivi e persecutori posti in essere sul luogo di lavoro con l’intento di danneggiare ed emarginare il lavoratore. Questi comportamenti devono essere sistematici, ripetuti nel tempo e caratterizzati da un intento vessatorio. Il mobbing può manifestarsi in diverse forme, tra cui:
- Insulti e derisione: attacchi verbali che mirano a umiliare il lavoratore oppure il lavoratore è oggetto di critiche ingiustificate e continue.
- Isolamento: esclusione del lavoratore da attività lavorative, riunioni o comunicazioni aziendali.
- Dequalificazione professionale: assegnazione di mansioni inferiori o non adeguate alle competenze del lavoratore.
- Sovraccarico di lavoro: assegnazione di compiti eccessivi o irrealistici.
- Controllo eccessivo: monitoraggio continuo e ingiustificato delle attività lavorative.
Sentenze famose in Italia
La giurisprudenza italiana ha affrontato numerosi casi di mobbing, contribuendo a chiarire i criteri per la sua identificazione. Per configurare il mobbing, i comportamenti devono essere reiterati e durare per un periodo significativo. La giurisprudenza ha stabilito che il mobbing richiede una pluralità di atti vessatori, che nel loro complesso configurano una strategia unitaria di emarginazione del lavoratore. La durata e la frequenza di tali atti sono elementi cruciali, e la loro valutazione è spesso lasciata al giudice, che deve considerare le circostanze specifiche di ciascun caso.
Una delle prime sentenze significative è stata emessa dal Tribunale di Torino il 16 novembre 1999, che ha riconosciuto il mobbing come una serie di comportamenti persecutori e ha stabilito il diritto al risarcimento del danno subito. Altre sentenze importanti includono:
- Cassazione n. 2142 del 2017: ha ribadito la necessità di una pluralità di atti vessatori per configurare il mobbing.
- Cassazione n. 24029 del 2016: ha sottolineato l’importanza dell’intento vessatorio e della sistematicità delle azioni.
- Cassazione n. 17778 del 2009: ha riconosciuto il mobbing come una violazione degli obblighi contrattuali del datore di lavoro.
- Cassazione n. 3785 del 2009: ha ribadito la necessità di provare il nesso causale tra i comportamenti vessatori e il danno subito dal lavoratore.
Mobbing e Unione Europea
L’Unione Europea ha iniziato a occuparsi formalmente del fenomeno del mobbing nei primi anni 2000, riconoscendo la sua rilevanza e l’impatto negativo sui lavoratori. Nel luglio 2001, il Parlamento Europeo ha pubblicato un libro verde intitolato “Il mobbing sul posto di lavoro”, che ha rappresentato un primo passo verso una maggiore consapevolezza del problema a livello comunitario. Successivamente, nel settembre 2001, il Parlamento Europeo ha adottato una risoluzione sul mobbing sul posto di lavoro, evidenziando la necessità di una risposta adeguata a un fenomeno che, secondo le statistiche dell’epoca, interessava quasi 12 milioni di persone in tutta Europa.
Questa risoluzione ha sottolineato l’importanza di affrontare il mobbing come una questione di salute e sicurezza sul lavoro, invitando gli Stati membri a prendere misure concrete per contrastare il fenomeno. Inoltre, ha esortato la Commissione Europea a considerare l’adozione di una direttiva specifica per affrontare il mobbing e la violenza sul posto di lavoro, integrando tali rischi nel quadro normativo esistente sulla salute e sicurezza sul lavoro, come previsto dalla Direttiva quadro 89/391/EEC. Tuttavia, continua a mancare una legislazione vincolante a livello europeo.
Mobbing come giusta causa di dimissioni
Le dimissioni per giusta causa sono uno strumento essenziale per i lavoratori in situazioni lavorative insostenibili, come nel caso del mobbing, poiché permettono di interrompere il rapporto di lavoro senza preavviso, mantenendo il diritto all’indennità di disoccupazione (NASPI). La giurisprudenza italiana riconosce il mobbing come una giusta causa per le dimissioni, consentendo al lavoratore di dimettersi senza preavviso e di accedere alla NASPI, poiché queste dimissioni sono considerate un’interruzione involontaria del rapporto di lavoro, similmente al licenziamento.
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Quali sono le possibili dimissioni per giusta causa
Le dimissioni per giusta causa si configurano quando il lavoratore si trova in una situazione talmente grave da non poter proseguire il rapporto di lavoro. Secondo l’articolo 2119 del Codice Civile, il lavoratore può recedere dal contratto senza preavviso se sussiste una giusta causa. Tra le situazioni che giustificano tali dimissioni vi sono:
- Mancato pagamento della retribuzione: il lavoratore non riceve lo stipendio dovuto.
- Mobbing: comportamenti vessatori che compromettono l’equilibrio psicofisico del lavoratore.
- Demansionamento: assegnazione di mansioni inferiori senza giustificazione.
- Molestie sessuali: comportamenti inappropriati nei confronti del lavoratore.
Elementi costitutivi del mobbing
Per configurare il mobbing come giusta causa di dimissioni, è necessario dimostrare una serie di elementi chiave:
- Comportamenti vessatori: Devono essere presenti atti vessatori sistematici e ripetuti nel tempo, posti in essere con l’intento di emarginare o danneggiare il lavoratore.
- Intento persecutorio: È fondamentale provare che i comportamenti siano stati messi in atto con un chiaro intento persecutorio, volto a danneggiare il lavoratore.
- Danno alla salute: Deve esserci un nesso causale tra i comportamenti vessatori e un danno alla salute psicofisica del lavoratore, come stress, ansia o depressione.
Documentazione necessaria per dimostrare il mobbing
L’onere della prova in un caso di mobbing grava sul lavoratore. È compito del lavoratore dimostrare l’esistenza dei comportamenti vessatori e l’intento persecutorio del datore di lavoro o dei colleghi. Questo può rappresentare una sfida significativa, poiché richiede la raccolta di prove concrete e dettagliate.
Per dimostrare il mobbing e giustificare le dimissioni per giusta causa, il lavoratore deve raccogliere una serie di prove che attestino i comportamenti vessatori subiti. Tra le documentazioni utili vi sono:
- Diario degli eventi: annotazioni dettagliate di ogni episodio di mobbing, con date, luoghi e descrizione dei fatti.
- Testimonianze: dichiarazioni di colleghi o altre persone che abbiano assistito ai comportamenti persecutori.
- Documentazione medica: certificati che attestano le conseguenze psicofisiche subite a causa del mobbing, come stress, ansia o depressione.
- Email e comunicazioni scritte: prove di esclusione o insulti ricevuti tramite mezzi di comunicazione aziendali.
Conclusione
Il mobbing è un fenomeno complesso che richiede un’attenta valutazione delle circostanze e delle prove disponibili. Sebbene la normativa italiana non preveda una legge specifica, la giurisprudenza ha sviluppato criteri chiari per il riconoscimento e la tutela delle vittime di mobbing.
Il Consulente del Lavoro può svolgere un ruolo cruciale in questo contesto, offrendo supporto sia ai lavoratori che alle aziende. Per i lavoratori, il consulente può:
- Fornire consulenza sui diritti e le tutele legali disponibili.
- Assistere nella raccolta e organizzazione delle prove necessarie per una denuncia.
- Facilitare l’accesso a supporto psicologico e legale.
Per le aziende, il consulente può:
- Consigliare l’adozione di politiche aziendali che prevengano il mobbing.
- Promuovere una cultura del lavoro basata sul rispetto e la dignità.
- Formare i dirigenti e il personale su come riconoscere e gestire situazioni di mobbing.
In un’epoca in cui il benessere psicologico dei lavoratori è sempre più al centro dell’attenzione, i Consulenti del Lavoro hanno il dovere professionale e morale di essere in prima linea nella lotta contro il mobbing, contribuendo a creare ambienti di lavoro più sani e produttivi per tutti.
- domande Frequenti
Il mobbing è un insieme di comportamenti aggressivi e persecutori sul luogo di lavoro, volti a danneggiare ed emarginare il lavoratore. Questi comportamenti devono essere sistematici, ripetuti nel tempo e caratterizzati da un intento vessatorio.
Per dimostrare il mobbing, è necessario provare la presenza di atti vessatori sistematici, l’intento persecutorio e un danno alla salute psicofisica del lavoratore. È fondamentale raccogliere prove concrete e dettagliate di questi elementi.
Le dimissioni per giusta causa si configurano quando il lavoratore non può proseguire il rapporto di lavoro a causa di situazioni gravi come il mobbing. In questi casi, il lavoratore può dimettersi senza preavviso e ha diritto all’indennità di disoccupazione (NASPI).
Per dimostrare il mobbing, è utile raccogliere un diario degli eventi, testimonianze di colleghi, documentazione medica che attesti le conseguenze psicofisiche e comunicazioni scritte come email che provano i comportamenti vessatori.
Per ulteriori informazioni su Che cos’è il mobbing secondo il diritto del lavoro o se cerchi un Consulente del Lavoro contatta lo Studio Borsi e compila il form sottostante.
